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La stella di Shai Maestro illumina Chiasso

Il pianista protagonista del XXI Festival di cultura e musica jazz

 
12
marzo
2018
06:00
mauro rossi

È da tempo che il Festival di cultura e musica jazz di Chiasso va considerato «maturo». Di artisti e proposte che hanno avuto nel palcoscenico chiassese un importante trampolino di lancio verso la grande notorietà, nel corso degli anni ce ne sono stati parecchi.Per quanto riguarda l'edizione 2018, la ventunesima, (conclusasi ieri pomeriggio con l'acclamato recital pianistico di una delle icone del jazz contemporaneo, Brad Meldhau), diremmo Shai Maestro, trentunenne pianista israeliano che dopo essersi fatto le ossa all'interno della band di un suo illustre connazionale (Avishai Cohen), da alcune stagioni si sta imponendo come uno dei più originali musicisti della sua generazione. Nel lungo weekend chiassese Shai Maestro ha avuto l'occasione di mostrare in lungo ed in largo. Ingaggiato quale «residend artist» si è infatti esibito in tre differenti situazioni, ciascuna delle quali chiamata ad evidenziare un aspetto del suo carattere musicale:quello di band leader all'interno di un trio completato dal contrabbassista canadese Rick Rosato e dal batterista elvetico Arthur Hnatek;quello di «guest» del trio Melismetiq e quello di pianista tout-court. Ed è stata in quest'ultima veste che Shai Maestro ha dispensato il maggior numero di emozioni. Spostato lo strumento dal palcoscenico al centro della sala, e dunque con il pubblico stretto attorno a lui, l'artista israeliano ha aperto il suo cuore e la sua anima lasciando che le note, i temi musicali e le sue ingegnose invenzioni sonore scorressero in piena libertà e senza alcuna limitazione, fondendo l'impostazione classica derivante dalla sua formazione, con l'estro improvvisativo del «bop» ma anche con un gusto melodico che rimanda al pop, ovviamente nella sua veste più colta e raffinata. Se Shai Maestro ha rappresentato la stella per certi versi più brillante del lungo weekend in un Cinema Teatro particolarmente accogliente – per la scelta di togliere le poltroncine dalla platea trasformandola in un vero jazz club ma anche grazie ad una geniale coreografia curata dagli studenti della SUPSI – all'interno del variegato programma della rassegna non sono mancati altri spunti degni di nota. Dall'incredibile lirismo di Joshua Redman il cui suono vellutato, all'originale proposta della poliedrica Maria Pia De Vito.

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