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Ai Democratici la Camera, ma il Paese resta diviso

Il voto negli Stati Uniti ha "regalato" qualcosa un po' a tutti - Trump si tiene il Senato

 
 
07
novembre
2018
06:00
Gianna Pontecorboli

GIANNA PONTECORBOLI (da New York) - Un'economia robusta e una disoccupazione ai minimi sono probabilmente bastati a salvare Donald Trump da una bruciante delusione elettorale. E a dire l'ultima parola nella più contestata e più brutale elezione di mezzo termine nella recente storia americana non sono stati quel 77 per cento di elettori che secondo un sondaggio della CNN hanno giudicato l'America di Trump più divisa e più fragile nei confronti della violenza degli estremisti.

I voti hanno regalato qualcosa a tutti, al presidente la conferma che il suo messaggio ha ancora una risonanza con gli elettori, ai democratici una quasi sicura maggioranza alla Camera e l'emergere di un gruppo di politici della nuova generazione energici e capaci di farsi ascoltare. A vincere, però, è stata soprattutto l'immagine di un paese diviso.

I risultati definitivi si sapranno ovviamente soltanto tra qualche giorno, quando saranno terminati gli ultimi conteggi. La direzione della battaglia per il rinnovo di un terzo del Senato, cioe' 35 seggi, l'intera Camera dei Rappresentanti con i suoi 435 seggi , 36 posti da governatore e oltre seimila cariche locali, ha cominciato però a definirsi già all'inizio della serata di ieri, quando si sono chiusi i seggi della Florida.

Nelle previsioni più ottimistiche dei democratici, il risultato elettorale avrebbe dovuto trasformarsi in una ''blue wave'', un'onda blu democratica che avrebbe dovuto regalare al partito molto più dei 26 seggi utili per conquistare la maggioranza alla Camera, forse i due o tre seggi al Senato necessari per erodere l'esigua maggioranza del GOP, il Grand Old Party, e sicuramente alcune delle più ambite cariche da governatore.

In Florida, uno stato che ha paradossalmente spesso avuto il ruolo di definire, magari per una manciata di voti, l'intero risultato di una competizione presidenziale come nel caso di George Bush e Al Gore nel 2000, il democratico Andrew Gillum era apparso all'inizio destinato a personificare queste speranze. Ex sindaco di Tallahassee, Gillum è giovanissimo, ha solo 39 anni, è nero, e ha fatto una campagna elettorale chiaramente schierata con l'ala più progressista del partito. I sondaggi, per giorni, lo avevano dato sicuramente vincente e il partito democratico non aveva fatto mistero di sperare nel voto femminile e in quello dei giovani, due fasce della popolazione che sembravano destinate a erodere il vantaggio dei vecchi pensionati e degli esuli cubani tradizionalmente vicini ai repubblicani.

Con il passare delle ore invece Ron DeSantis, che Trump aveva sostenuto con molta energia , è passato in una posizione di testa. Donne e giovani si sono mossi, ma non con le percentuali sperate. Alla delusione di Gillum, si è aggiunta poi poco dopo anche quella del senatore Bill Nelson , su cui molti avevano contato, ma che è stato costretto a cedere il suo seggio all'ex governatore Rick Scott.

Da quel momento, le delusioni per i democratici si sono succedute. Qualche carica da governatore, è vero, è stata conquistata, ad esempio in Ohio e in Minnesota, ma la vittoria di Ted Cruz in Texas contro il candidato su cui avevano sperato, Beto O'Rourke, ha confermato che il senato resterà repubblicano. In Georgia, ha dovuto cedere il passo al suo avversario Stacey Abrams, che è arrivata a un soffio dal diventare la prima donna nera governatrice in uno stato del Sud ancora legato a un passato separatista.

Con il passare delle ore, quando si sono chiusi i seggi negli stati del West, il panorama è diventato ancor più netto. Alla Camera, dove molti dei repubblicani moderati sono stati sconfitti, il dialogo diventerà ancora piu' difficile. Con un Congresso diviso, però, neanche per Trump sarà più tutto facile come prima.

Edizione del 13 novembre 2018
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